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XIV Scuola Internazionale di Performance

"Non c'è arte possibile senza una danza con la morte", scrive Kurt Vonnegut nel suo Mattatoio 5 . Dopo quasi 10 anni di assenza ritorno alla piazza dei caduti per ballare la mia danza con la morte. Non c'è altra piazza in Fucecchio che rappresenti questa sintesi della vita civica: il museo, la scuola, le vecchie prigioni, la collegiata e le case della piazza con i loro vasi di gerani.

Il Mattatoio 5 è uno dei più grandi romanzi contro la guerra del '900 ma in Italia lo conoscono in pochi. La città sterminata di cui si parla è Dresda, ma la Dresda di Vonnegut è qui simbolica: è tutti i luoghi paesi e mondi dilaniati dalla guerra.

L'allestimento è difficile. La piazza pullula di macchine. Il rapporto con gli abitanti è delicato perché è un po' come se entrassimo nelle loro case. La signora Firmina è seduta sulla sua seggiolina ai piedi della collegiata a fare la maglia. "Ma anche quest'anno portate la terra?" – mi chiede. "No, quest'anno l'acqua". "Eh bene, perché quassù di acqua ce n'è poca!". Mi fermo un po' a chiaccherare con lei. Si ricorda il mio spettacolo Acqua Nera, fatto nel '97, come se fosse ieri. "E quest'anno cosa fate?". "Uno spettacolo che parla dell'assurdità della guerra". "Ancora? Ma non potete fare qualcosa di un po' più allegro?". No Firmina, perché nell'arte si gioca col fuoco, si scherza con l'acqua ma si ritorna sempre a parlare di morte.

Ma che cos'è la storia? La storia è molto semplice. La città è stata bombardata, i ponti sono saltati e gli ex-macelli accumulano guerriglieri e munizioni. La città è rasa al suolo. Ma comincia cosí? Sì. Comincia cosí, da una città morta. Mi sono spesso chiesta cosa si fa o casa si dice di fronte allo sterminio? E soprattutto- che cosa rimane? Brandelli di pelle cuciti insieme e appesi alle finestre come per far rimarginare le ferite al sole. Oggetti sparsi a caso in cerca di un padrone: biclette, carrozzine, giocattoli che non hanno più i bambini e i bambini che non conoscono più il gioco. E brandelli di frasi e di memoria in cerca di una storia.

Alla guerra ci si prepara. Un continuo gioco strategico di seduzione e di potere. Si costruiscono armi, si inventa una retorica, si parla di ideali di patria e di eroi, si redigono giustificazioni, ragioni, motivi per uccidere, si impacchetta la macchina di guerra come un meccanismo seducente e intossicante che, una volta innescato, non fa che sterminare. Ma poco ci si sofferma su cosa rimane. Le uniformi dei caduti in guerra vengono sostituite da un nuovo tipo di uniforme: il nero delle vedove e delle madri che si moltiplicano in scena fino a diventare un'armata inarrestabile. A loro, le vedove, rimarrà soltanto la piastrina di riconoscimento del caduto, un magro riconoscimento per celebrare la fine di una vita. Sono proprio queste piastrine il simbolo dello spettacolo: degli insignificanti quadratini di alluminio, come delle medagliette per cani ("dog tags"), attraverso le quali l'ndividuo è spogliato della sua umanità e ridotto a un numero. Un cane gettato allo sbaraglio. Un animale da macello.

Ma se sono morti tutti e la città è rasa al suolo allora lo spettacolo finisce lì, cioè non comincia neanche! Quello che voglio mettere in evidenza è che non c'è fine. Non c'è inizio e non c'è fine. Come nell'idea del tempo dei Tralfamadoriani di Kurt Vonnegut, passato presente e futuro coesistono in un unico spazio, una serie di momenti che si possono vedere tutti insieme "come le cime delle Montagne Rocciose". La morte è un momento, come gli altri momenti di una vita raccolti in un filo di perle di corallo. Lo spettacolo si chiede: è bene guardare indietro? E se come la moglie di Lot, si venisse trasformati in statue di sale? Io dico: non ho bisogno di girarmi indietro per guardare il passato. Passato presente e futuro sono qui davanti a me come se riempissero l'orizzonte quando, in piedi, sola, mi fermo a contemplare il mondo sull'orlo del Grand Canyon. Il mio territorio selvaggio.