Eclissi

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Pensavo che non ci fosse niente di peggio di essere internata nella bassezza umana, tra i brividi, il sudore e il sudicio di un porcile di uomini. Poi ho scoperto che essere una delle privilegiate prostitute del sonderbau è molto peggio. Oggi ho capito di aver vissuto due volte e di esser morta due volte. Pensavo di aver già smesso di vivere il giorno che mi hanno coperta di stracci e mi hanno assegnato un numero per entrare a far parte della Grande Famiglia. I morti di Buchenwald. Ma non sapevo che avrei perso la vita una seconda volta, che l'avrei lasciata rotolare via così, con facilità, con leggerezza, a terra, come una mela caduta di mano a un bambino in uno specchio d'acqua d'estate, tra il verde e l'oro, per vedere le forme che fa. L'ho guardata inesorabile cadere al fondo, senza una lacrima, senza un sussulto, così, sparire nell'acqua nera della tinozza. Al buio e senza ritorno. Qui è come essere sepolte vive, come ritrovarsi gherigli di noce spremuti fino all'ultima goccia di sangue. Siamo solo fantasmi, vedove bianche. Ci sono paesi in cui il bianco è il colore del lutto, così per noi è stato bianco l'abito del trapasso. Siamo le dimenticate, le reiette, siamo ubriache di stanchezza e logore, consumate e stremate, strascicate e flaccide. I nostri corpi, una volta sodi e avvezzi alla durezza del mondo, oggi sono melma di cera gialla e puzzolente, che si scioglie nelle mani dei nostri avventori. Siamo bambole schiacciate nella polvere, siamo intoccabili. Se ti avvicini, senti puzza di morto. Saremo cancellate dalla storia, in un buco dove non filtra la luce del giorno, dove le ore diventano anni e la notte si sussegue alla notte, che segue alla notte, alla notte, alla notte. Qui è sempre notte.


Così come l'ho scritto la sera dello spettacolo.

Marghe