Baglady
29 ottobre 2011
Baglady è una homeless che trascina con sé brandelli di vita annodati e confusi in borse di plastica: tra morsi di pane, coperte e carte da gioco ci sono i resti di un passato rimosso, doloroso e cocente. Un segreto indicibile e inviolabile permea il parlare sconnesso che sgorga dalle labbra della donna.
I discorsi girano attorno a un segreto che le brucia nell'anima tanto da provocare, in un farnetichio di voci e punti di vista, un flusso di coscienza che, come un fiume di parole inarrestabile, rompe le dighe di anni per dare sfogo e sollievo alla vergogna e alla colpa.
All'inizio del nostro percorso mi ero immaginata Baglady proprio come una stracciona: una che dorme sui cartoni nell'antro angusto di un grande magazzino con un abbigliamento a strati, fatto di scarponi e maglioni vecchi e roba rimediata in cassonetti della Caritas. Nel percorso di ricerca avevo visto Laura in questa veste e non mi ero convinta che fosse la strada giusta. Troppo facile. Troppo teatrale. Troppo-già-vista. Ed ecco allora che in una delle ultime prove le chiedo se per caso avesse un tailleur nero. Quasi elegante. Lei mi dice – "Si ne ho uno che non metto da anni. Appartiene a una persona che non esiste più." Ecco. È da questo tailleur di lana bouclé con i bottoni d'oro che nasce la mia nuova Baglady. Una donna vera, non un personaggio che appartiene al teatro; una donna-che-potrei-essere-io; una che ha perso tutto ma cerca disperatamente un altro tipo di rispettabilità; una che cerca di non piangere e mugolare e lamentarsi come un'eroina greca. Una che si aggrappa al suo tailleur di lana bouclé con i bottoni d'oro per sopravvivere e non mollare e mantenere, contro ogni sfida della vita, la propria dignità di donna.